“Il 90% dei trader perde” è una delle statistiche più citate nel mondo della finanza. Ma è vera? Da dove viene quel numero? E vale per chiunque faccia trading — o solo per chi usa certi strumenti? In questo articolo analizziamo i dati reali: i disclaimer obbligatori imposti dall’ESMA ai broker europei, le ricerche accademiche di Barber e Odean e la distinzione cruciale che quasi nessuno fa tra CFD a leva e acquisto diretto di azioni o ETF.
In sintesi
- Il “90%” non è un dato ufficiale: il range reale ESMA per i broker CFD europei va dal 61% (eToro) all’89% (XTB, iqoption), con una media intorno al 74-80%.
- Quella statistica riguarda esclusivamente i prodotti CFD a leva — non chi acquista azioni, ETF o fondi comuni.
- Secondo la ricerca “Day Trading and Learning” di Barber e Odean (UC Berkeley Haas), l’80% dei trader abbandona entro 2 anni e solo l’1,6% risulta profittevole nel lungo periodo.
- Con leva 20:1, un movimento del 5% del sottostante azzera l’intero margine depositato — la leva amplifica le perdite prima ancora dei guadagni.
- I trader profittevoli non sono più “bravi” — operano in modo sistematico, con regole definite e gestione del rischio strutturata.
Il dato che circola su internet: da dove viene il “90%”
La statistica popolare e la sua origine
“Il 90% dei trader perde” è una semplificazione. Non esiste un documento ufficiale, uno studio scientifico o un report regolamentare con esattamente quel numero. È una cifra arrotondata che circola da anni in forum, libri di trading e articoli divulgativi — riassume in modo approssimativo un insieme di dati reali che variano considerevolmente.
La confusione nasce dal mescolare due fonti diverse: i dati regolamentari pubblicati dai broker europei per obbligo ESMA, e le ricerche accademiche sul comportamento dei trader retail. Entrambe mostrano che la maggioranza perde, ma i numeri differiscono e si riferiscono a popolazioni diverse.
Vale la pena anche segnalare la variante ancora più pessimistica: “il 95% dei trader perde”. Questa cifra, riportata da alcune fonti online, è stata definita esplicitamente come non verificata dagli stessi autori che la citano — non ha una base documentale pubblica. Non è il punto di riferimento di questo articolo.
Perché il numero varia tra il 61% e l’89% a seconda del broker
Dal primo agosto 2018, l’Autorità Europea degli Strumenti Finanziari e dei Mercati (ESMA) ha introdotto l’obbligo per tutti i broker autorizzati in Europa a operare su prodotti CFD di pubblicare la percentuale di clienti retail che perdono denaro. Questo disclaimer appare su ogni pagina di offerta del broker: non è una stima, è un dato autodichiarato con cadenza regolare.
Guardando la tabella di 19 broker analizzati da ForexItalia (dati al 01/07/2024), il range va dal 61% all’89%. La variazione dipende dal tipo di strumenti offerti, dalla leva media disponibile, dalla tipologia di clientela attratta e dalle politiche di risk management del broker.
Il “90%” è una semplificazione verso l’alto della realtà documentata — non un’invenzione, ma neppure un dato preciso.

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Cosa dice davvero l’ESMA: i dati ufficiali broker per broker
L’obbligo di trasparenza introdotto nel 2018
Prima del 2018, i broker potevano pubblicizzare il trading retail senza alcun obbligo di comunicare quanti dei loro clienti stessero effettivamente perdendo denaro. L’ESMA ha cambiato le regole{:target=”_blank”}: ora ogni broker regolamentato in Europa deve aggiornare periodicamente e rendere visibile la percentuale di conti retail in perdita sui prodotti CFD.
Come ha scritto ForexItalia: “Dal primo agosto 2018, grazie alle nuove misure introdotte dall’ESMA sui prodotti CFD, tutti i broker autorizzati ad operare in Europa sono obbligati a mostrare la percentuale delle perdite dei loro investitori.”
I numeri che vedi sui siti broker sono dati reali, non stime di marketing. Non è un giudizio del regolatore sulla qualità del broker — è una fotografia di quello che accade nei conti dei clienti.
Le percentuali reali dei principali broker italiani ed europei
| Broker | % clienti retail in perdita (CFD) |
|---|---|
| eToro | 61% |
| XM | 73% |
| Markets.com | 73% |
| AVATrade | 78% |
| Fineco | 78,7% |
| IG | 79% |
| FXPro | 79% |
| ActivTrades | 80% |
| Plus500 | 80% |
| iqoption | 89% |
| XTB | 89% |
Fonte: ForexItalia — raccolta da siti ufficiali broker, obbligo ESMA. Dati aggiornati al 01/07/2024.
Il dato eToro (61%) è il più basso della tabella, ma non va frainteso come un “broker più sicuro”: significa comunque che più di 6 clienti su 10 perdono denaro operando sui suoi CFD. La variazione rispetto a broker come XTB o iqoption (89%) dipende probabilmente dalla composizione della clientela e dal tipo di prodotti più utilizzati.
Cosa significano questi numeri nella pratica
Un dato del 79% — la fascia più comune in tabella — significa che su 100 persone che aprono un conto e operano su CFD, 79 chiudono quel conto in perdita netta. Non è una media su un singolo trade: è il risultato complessivo sull’intero rapporto con il broker.
Alcuni di quei 79 avranno perso poco. Alcuni avranno guadagnato per un periodo e poi perso. Ma il saldo finale è negativo. Per quasi 8 persone su 10 — nel migliore dei casi, 6 su 10.
💡 Nota: Le informazioni presenti in questo articolo sono a scopo educativo e non costituiscono consulenza finanziaria. Ogni investimento comporta rischi, inclusa la perdita del capitale.
La distinzione che quasi nessuno fa: CFD vs azioni
Il disclaimer ESMA riguarda solo i prodotti a leva
Qui sta il punto che cambia tutto. Il disclaimer ESMA — quello che genera le percentuali nella tabella qui sopra — riguarda esclusivamente i prodotti CFD (Contract for Difference){:target=”_blank”}, che sono strumenti derivati a leva. Non si applica a chi acquista azioni reali, ETF, obbligazioni o fondi comuni tramite un broker tradizionale.
Quando leggi “il 90% dei trader perde”, quella statistica descrive una categoria specifica: i trader retail che usano CFD a leva. Non descrive il comportamento di chi investe mensilmente in un ETF sul MSCI World, né di chi compra e tiene azioni di aziende quotate. Sono mondi diversi, con meccanismi di rischio completamente diversi.
Chi compra ETF o azioni non è in quella statistica
Un investitore che compra azioni o ETF non è soggetto alle stesse dinamiche strutturali dei trader CFD. Non usa la leva (o la usa in misura molto più limitata). Non paga spread bid-ask ad ogni operazione come costo rilevante sul capitale. Non ha un margine che può essere azzerato da un singolo movimento di mercato.
La confusione tra “fare trading su CFD” e “investire in borsa” è responsabile di molta della diffidenza che circonda il mondo degli investimenti. Trattarli come la stessa cosa porta a conclusioni sbagliate in entrambe le direzioni: ci si può spaventare del trading CFD quando si sta considerando un PAC su ETF, oppure si può sottovalutare il rischio dei CFD pensando che funzioni come comprare azioni.
Perché la leva finanziaria cambia completamente il rischio
La leva è il meccanismo che rende i CFD strutturalmente diversi dagli strumenti tradizionali. Con leva 20:1, depositi 1.000 euro come margine e controlli un’esposizione di 20.000 euro sul mercato. Questo significa che un movimento dell’1% del sottostante produce una variazione del 20% sul tuo margine, un movimento del 5% azzera completamente il margine depositato, e un movimento dell’8% produce una perdita superiore al 100% del capitale iniziale (margin call).
Secondo giocareinborsa.com: “I CFD amplificano tre cose insieme: leva, costi e comportamento.” La leva non amplifica solo i guadagni potenziali — amplifica tutto, compresi gli errori e i costi di transazione.
I dati accademici: cosa dicono gli studi sui trader retail
La ricerca di Barber e Odean (Haas Berkeley): 80% abbandona entro 2 anni
I dati regolamentari ESMA ci dicono quante persone perdono. La ricerca accademica ci dice anche quando smettono. Barber e Odean, della UC Berkeley Haas School of Business, hanno analizzato il comportamento dei trader retail nel loro paper “Day Trading and Learning” — uno studio oggi considerato un punto di riferimento nel campo della finanza comportamentale.
I risultati sono precisi: il 60% dei trader abbandona dopo il primo mese, l’80% entro due anni, solo il 13% continua dopo tre anni e il 7% rimane attivo dopo cinque anni. La maggioranza non “decide” di smettere: si ferma perché il capitale si esaurisce o perché i risultati non giustificano il tempo investito.
Questo cambia la prospettiva sulla statistica. Il problema non è solo “quanti perdono” — è “quanti si espongono al rischio di perdita prima di aver sviluppato le competenze necessarie”.
Solo l’1,6% è profittevole nel lungo periodo: cosa significa davvero
Nello stesso studio, Barber e Odean identificano il gruppo dei trader con redditività consistente nel lungo periodo: è l’1,6% del totale. Un numero che suona scoraggiante — e che viene spesso usato per sostenere che il trading sia strutturalmente impossibile da praticare con profitto.
C’è però un dettaglio rilevante: quel 1,6% genera il 12% dell’intera attività di day trading osservata. Non sono persone che operano raramente — sono operatori attivi, sistematici, che trattano il trading come una disciplina con regole precise.
Il dato, letto correttamente, non dice “il trading non funziona”. Dice che funziona per chi lo affronta con metodo sistematico, non per chi opera in modo discrezionale e reattivo agli eventi di mercato.
La differenza tra trader sistematici e discrezionali
Un trader discrezionale prende decisioni basandosi sulla propria lettura dei grafici, delle notizie e dell’intuizione del momento. Un trader sistematico segue regole predefinite: entra quando si verificano certe condizioni, esce quando si verifica un’altra condizione, gestisce il rischio con parametri fissi indipendentemente dall’umore della giornata.
La ricerca accademica mostra una correlazione chiara: i trader profittevoli nel lungo periodo appartengono prevalentemente alla seconda categoria. L’approccio metodico non garantisce risultati — ma riduce l’impatto del bias comportamentale, che è una delle cause strutturali principali delle perdite.
Perché la maggioranza perde: le cause strutturali (non solo la mancanza di talento)
La leva amplifica le perdite prima ancora che i guadagni
La meccanica della leva ha una conseguenza concreta spesso sottovalutata: la leva non è neutrale — avvantaggia strutturalmente il mercato rispetto al trader retail.
Con leva 20:1, una sequenza di 4 perdite consecutive all’1% del sottostante produce una perdita composta del 4,9% del capitale. Una sequenza di 5 perdite al 5% produce una perdita del 22,6%. I mercati non si muovono linearmente — sequenze di movimenti avversi sono statisticamente frequenti. Un trader che non gestisce il rischio per singola operazione può azzerare il proprio conto prima ancora di avere abbastanza operazioni per sviluppare un vantaggio statistico.
I costi nascosti: spread, commissioni, finanziamento overnight
Il break-even non è al 50% delle operazioni vincenti — è più alto. Ogni operazione ha un costo: lo spread bid-ask (la differenza tra prezzo di acquisto e prezzo di vendita), le commissioni del broker e, per le posizioni tenute aperte oltre la giornata, il costo di finanziamento overnight (swap rate).
Con un costo operativo di appena lo 0,2% per operazione, il break-even si sposta dal 50% al 60% di operazioni vincenti necessarie. Un trader che ha ragione la metà delle volte — con un rapporto rischio/rendimento neutro — sta comunque perdendo denaro in modo sistematico. Come sintetizza giocareinborsa.com: “Il trading non è solo previsione, è aritmetica del vantaggio.” La matematica non premia chi “ha più ragione che torto”: premia chi costruisce un vantaggio statistico robusto nel tempo.
Il comportamento emotivo: disposition effect e overconfidence
Lo studio “Boys Will Be Boys” di Barber e Odean documenta un pattern ricorrente: gli uomini (in particolare i più giovani, a basso reddito e non sposati) tendono a fare overtrading — operano più frequentemente del necessario, spesso dopo una serie di successi, in un momento in cui la fiducia nei propri giudizi è artificialmente gonfiata.
Il disposition effect è un altro meccanismo ben documentato: la tendenza a vendere troppo presto le posizioni in guadagno (per “portare a casa” il profitto) e a tenere troppo a lungo quelle in perdita (nella speranza che “recuperino”). Questo pattern produce sistematicamente un rapporto rischio/rendimento sfavorevole: si chiudono i trade vincenti in anticipo e si lasciano crescere le perdite.

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La trappola del trading frequente
Più si opera, più si pagano costi di transazione. Più si opera, più si creano opportunità per il bias comportamentale di influenzare le decisioni. La ricerca di Barber e Odean sul trading sistematico mostra una correlazione negativa tra frequenza di trading e rendimento: i trader che operano di più tendono a guadagnare meno (o perdere di più) rispetto a chi opera con maggiore selettività.
Il problema è che il trading frequente è spesso percepito come “fare di più”, come impegno e presenza sul mercato. In realtà, ogni operazione non necessaria è un costo aggiuntivo e un’ulteriore esposizione ai propri bias cognitivi.
Cosa distingue chi guadagna da chi perde
Il trading sistematico vs il trading istintivo
L’1,6% di trader profittevoli nel lungo periodo identificato da Barber e Odean non è composto da persone con doti particolari di previsione dei mercati. Sono operatori che hanno costruito un sistema: regole chiare che definiscono quando entrare, quando uscire, quanto rischiare per operazione e come comportarsi in caso di perdite consecutive.
Il trading istintivo — basato sulla lettura “a occhio” dei grafici, sulle notizie del giorno, sulle intuizioni del momento — produce risultati irregolari anche quando funziona. Un trader istintivo che ha un buon periodo tende ad aumentare la dimensione delle posizioni proprio nel momento in cui la sua fortuna potrebbe cambiare. Un trader sistematico, invece, opera con parametri fissi: la dimensione della posizione non cambia in base all’umore o ai risultati recenti.
Disciplina, metodo e gestione del rischio: i tre pilastri
La gestione del rischio è la variabile più sottovalutata dai trader alle prime armi. L’attenzione tende a concentrarsi sul “trovare trade vincenti” — su quale indicatore usare, quale pattern riconoscere, quale settore analizzare. Ma un trader che trova il 60% di trade vincenti con una gestione del rischio scadente può comunque perdere denaro, se le perdite sono strutturalmente più grandi dei guadagni.
I trader profittevoli nel lungo periodo definiscono in anticipo il massimo che possono perdere per singola operazione (tipicamente l’1-2% del capitale), il rapporto rischio/rendimento minimo accettabile per ogni trade, e le condizioni in cui non operano — mercato laterale, dati macro in uscita, perdite consecutive eccessive. Sono regole, non preferenze.
La formazione come variabile discriminante
L’80% dei trader abbandona entro due anni. Molti lo fanno prima di aver avuto abbastanza operazioni per capire quali errori stessero commettendo. La curva di apprendimento del trading è reale, è lunga e costa denaro se non viene gestita con un framework strutturato dall’inizio.
Capire la psicologia del trading — come i bias cognitivi influenzano le decisioni operative — riduce il costo della fase di apprendimento e accelera il riconoscimento degli errori ricorrenti. Chi entra nel trading con una base metodologica solida non elimina le perdite iniziali, ma le contiene. Contenere le perdite nella fase iniziale è la differenza tra chi riesce ad arrivare alla fase in cui il metodo comincia a funzionare e chi si esaurisce prima. Il Master Trader e Analista Multiday di Metaskill è costruito attorno a questo principio: operatività strutturata prima di scalare il rischio.
Quindi il 90% dei trader perde davvero? La risposta onesta
La risposta dipende da cosa intendi per “trader”
Dipende dallo strumento che usi e dal modo in cui operi. Per i trader retail che usano prodotti CFD a leva su broker europei regolamentati, i dati ESMA del 2024 mostrano che la percentuale in perdita va dal 61% all’89% a seconda del broker — con la maggioranza dei broker collocata tra il 73% e l’80%. La media è intorno al 74-80%, non al “90%” — ma la differenza non è confortante: in ogni caso, tre persone su quattro perdono.
Per chi fa day trading puro su azioni — senza leva o con leva limitata — la ricerca accademica di Barber e Odean mostra che l’80% abbandona entro due anni e solo l’1,6% rimane profittevole nel lungo periodo. Il dato è diverso ma ugualmente eloquente.
Per chi invece investe in azioni, ETF o fondi a lungo termine, queste statistiche non si applicano. Il meccanismo è diverso, i costi sono diversi, l’orizzonte temporale è diverso. Il trading CFD a leva è l’attività monitorata perché è quella con il rischio più elevato e il più alto numero di clienti che perdono in tempi brevi.
Il rischio reale per chi inizia oggi nel 2026
Chi considera di avvicinarsi al trading nel 2026 parte da una posizione di informazione migliore rispetto a dieci anni fa. I disclaimer ESMA sono visibili su ogni broker regolamentato. Le ricerche accademiche sono accessibili. Gli strumenti di formazione esistono.
Ma la struttura del problema non è cambiata: la leva amplifica ancora le perdite prima dei guadagni, i costi di transazione abbassano ancora il break-even effettivo, e i bias comportamentali sono parte del funzionamento della mente umana in condizioni di incertezza. Sapere che l’80% abbandona entro due anni non garantisce di essere nell’altro 20%. Cambia le probabilità solo se quel sapere si traduce in un approccio diverso: meno frequenza, più metodo, gestione del rischio definita prima di aprire la prima posizione.
Domande frequenti sul trading e le statistiche di perdita
Il 90% dei trader perde davvero o è una leggenda metropolitana?
Il dato è sostanzialmente reale ma impreciso nel numero. L’obbligo ESMA impone ai broker CFD europei di pubblicare la percentuale di clienti retail in perdita: il range reale va dal 61% (eToro) all’89% (XTB, iqoption). La media si colloca intorno al 74-80%. Il “90%” è una semplificazione verso l’alto di questi dati ufficiali, non un’invenzione.
Quella statistica riguarda anche chi investe in azioni o ETF?
No. I dati ESMA si applicano esclusivamente ai prodotti CFD a leva. Chi acquista azioni, ETF o fondi comuni non rientra in quella statistica. La confusione nasce dal termine generico “trader” usato per descrivere profili di rischio completamente diversi.
Quanti trader sono profittevoli nel lungo periodo?
Secondo la ricerca “Day Trading and Learning” di Barber e Odean (UC Berkeley Haas), solo l’1,6% dei day trader risulta profittevole in modo consistente nel lungo periodo. L’80% dei trader abbandona entro 2 anni, il 60% entro il primo mese. Questi dati riguardano trader retail su azioni, non necessariamente CFD.
Perché i trader CFD perdono di più rispetto ad altri investitori?
La leva finanziaria amplifica simultaneamente tre fattori: l’esposizione al mercato, i costi operativi e l’impatto del comportamento emotivo. Con leva 20:1, un movimento del 5% del sottostante azzera il margine depositato. Inoltre, un costo operativo dello 0,2% per operazione sposta il break-even dal 50% al 60% di trade vincenti necessari per non perdere.
Cosa fanno di diverso i trader che guadagnano?
I trader profittevoli nel lungo periodo operano in modo sistematico, non discrezionale. Hanno regole definite per entrata, uscita e gestione del rischio per singola operazione. Lo studio di Barber e Odean mostra che l’1,6% profittevole genera il 12% dell’intero volume di day trading osservato — si tratta di operatori attivi e metodici, non di persone con intuizioni superiori.
Quale leva usano i broker europei per i CFD?
Dal 2018, l’ESMA ha fissato limiti massimi di leva per i prodotti CFD offerti ai clienti retail: leva massima 30:1 per le principali coppie forex, 20:1 per i principali indici azionari e oro, 10:1 per le materie prime non-oro, 5:1 per i singoli titoli azionari. I broker possono offrire leve più alte agli investitori professionali, ma non alla clientela retail standard.
Un trader principiante può diventare profittevole nel tempo?
Sì, ma il percorso non è breve. I dati mostrano che il problema principale non è il talento — è la curva di apprendimento. L’80% abbandona prima di completarla, spesso perché esaurisce il capitale nella fase esplorativa. Chi gestisce il rischio in modo rigoroso durante l’apprendimento — con posizioni piccole e regole definite — ha più probabilità di arrivare alla fase in cui il metodo comincia a funzionare.



