Sul sito di ogni broker autorizzato in Europa trovi, vicino al pulsante “apri conto”, una percentuale: “il 74% dei conti retail perde denaro”, “l’83% perde denaro”. Dal 2018 quella cifra è obbligatoria per legge. Il problema non è che esiste — il problema è che quasi nessuno sa cosa misura davvero. In questo articolo leggi cosa c’è dietro quel numero, perché varia così tanto tra un broker e l’altro, e cosa distingue concretamente chi fa parte dell’11-26% che non perde nel 2026.
In sintesi
- Il range 74-89% riguarda specificamente i conti retail che operano su CFD a leva, non chi compra azioni o ETF senza leva.
- La percentuale è obbligatoria dal 2018 per ogni broker autorizzato ESMA e varia tra broker perché dipende dalla clientela, dalla leva media usata e dal periodo di osservazione.
- Con costi operativi dello 0,2% per operazione, il punto di pareggio reale non è al 50% delle operazioni in guadagno, ma al 60% — pochi lo calcolano prima di iniziare.
- 5 perdite consecutive del 5% riducono il capitale del 22,6%: la sequenza negativa è strutturale nel trading, non un’eccezione.
- Chi fa parte dell’11-26% che non perde sistematicamente ha un metodo testato, gestisce il rischio per posizione e registra ogni operazione come dato — non come scommessa.
Cosa dice davvero il dato ESMA: il 74-89% non è una sentenza
L’avvertenza che leggi sui siti broker non è un parere, è una misurazione. Ma misura qualcosa di specifico, con un perimetro preciso — e capirlo cambia completamente come interpreti quel numero.
Da dove viene questa percentuale (e chi è obbligato a mostrarla)
L’ESMA (European Securities and Markets Authority) è l’autorità europea che regola i mercati finanziari. Nel luglio e agosto 2018 ha emesso due provvedimenti distinti: prima il divieto totale di commercializzazione delle opzioni binarie ai clienti retail, poi le restrizioni sulla leva massima per i CFD. Parte di quelle restrizioni includeva l’obbligo per ogni broker autorizzato nell’Unione Europea di pubblicare, aggiornandola periodicamente, la percentuale di conti retail che hanno perso denaro nell’ultimo periodo disponibile.
In Italia, la CONSOB ha recepito e applicato questi obblighi. Ogni broker che opera sotto licenza ESMA o CONSOB deve esporre quella percentuale in modo visibile sul proprio sito, accanto agli strumenti CFD.
Il dato non viene prodotto da ESMA direttamente: è ogni broker che calcola e pubblica la percentuale relativa alla propria clientela retail. ESMA ne verifica la presenza e la correttezza metodologica, non produce una statistica aggregata unica per tutto il mercato.

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Cosa misura esattamente: conti, periodo, strumento — non “tutti i trader”
La percentuale misura la quota di conti retail — non di persone, non di trader professionisti — che hanno registrato una perdita netta nel periodo di osservazione dichiarato dal broker. Tre precisazioni cambiano tutto.
Prima: riguarda i conti, non le persone. Una stessa persona con due conti aperti su due broker diversi conta due volte. Chi ha chiuso il conto dopo un mese di perdite e non ha mai riprovato conta tanto quanto chi opera da anni.
Seconda: riguarda un periodo specifico, solitamente uno o due anni. Non è una statistica “a vita”. Un trader che perde il primo anno e poi costruisce un metodo profittevole compare nel dato del primo anno come “perdente” e negli anni successivi come “vincente”. Il dato non dice che quella persona non può migliorare.
Terza: riguarda esclusivamente i CFD (Contract for Difference), che sono derivati a leva. Non include chi compra azioni, ETF, obbligazioni o fondi sulle stesse piattaforme. Questo punto è il più frainteso — torna nella sezione successiva.
Il dato, in sostanza, non va trasformato in una frase assoluta su chiunque faccia trading: è una misurazione su un prodotto specifico, in un arco temporale definito, su conti aperti — inclusi quelli abbandonati dopo poco.
Perché le cifre variano da broker a broker (dal 61% all’89%)
Se fosse una verità universale del trading, la percentuale sarebbe uguale per tutti. Non lo è. Oscilla tra il 61% e l’89% a seconda del broker, con una variazione di quasi 30 punti percentuali. Tre fattori spiegano questa variabilità.
Il primo è la composizione della clientela. Un broker che attrae principalmente trader esperti o semi-professionali avrà una percentuale più bassa rispetto a uno che fa marketing aggressivo verso principianti assoluti.
Il secondo è la leva media usata dai clienti. Un broker che spinge prodotti con leva 20:1 sugli indici vedrà più perdenti di uno dove la clientela usa leva 5:1 per scelta.
Il terzo fattore è il periodo di osservazione. Una finestra temporale che include un anno di forte volatilità (es. 2020, 2022) tenderà a mostrare percentuali più alte rispetto a un biennio di mercati tranquilli.
Il broker eToro, ad esempio, ha pubblicato una percentuale significativamente più bassa rispetto alla media del settore. Questo è in parte spiegabile dal fatto che eToro include nel conteggio anche conti con operazioni azionarie non-CFD, abbassando artificialmente la quota di perdenti perché mescola due popolazioni con profili di rischio strutturalmente diversi.
| Fattore | Effetto sulla percentuale pubblicata |
|---|---|
| Clientela prevalentemente principianti | Percentuale più alta |
| Leva media alta (20:1 e oltre) | Percentuale più alta |
| Periodo con alta volatilità di mercato | Percentuale più alta |
| Mix conti CFD + conti azionari nel calcolo | Percentuale più bassa (sottostima) |
| Clientela esperta o semi-professionale | Percentuale più bassa |
Elaborazione Metaskill su dati pubblici ESMA/broker, agosto 2026
CFD vs azioni: perché il confronto non regge
Quando leggi “il 74-89% perde”, la domanda implicita è: “vale anche per chi compra azioni di Apple o ETF sull’S&P 500?”. La risposta è no, e la ragione non è burocratica — è matematica.
Cosa rende i CFD strutturalmente diversi da un investimento azionario
Un CFD (Contract for Difference) è un contratto derivato: non acquisti l’asset sottostante, ma stipuli un accordo con il broker per scambiarti la differenza di prezzo tra apertura e chiusura della posizione. Non possiedi azioni, non hai diritto ai dividendi nel modo tradizionale, non puoi aspettare anni che il mercato recuperi portando il titolo in portafoglio.
Chi compra 100 azioni di una società a 10€ investe 1.000€ e le detiene. Se il titolo scende del 20%, il suo portafoglio vale 800€ — ma le azioni ci sono ancora, e può aspettare. Chi apre un CFD su 100 azioni con leva 10:1 deposita 100€ di margine (il 10% di 1.000€) ed è esposto per l’intero valore nominale di 1.000€. Se il titolo scende del 20%, la perdita è 200€ — il doppio del margine depositato. Il conto può andare in negativo.
La leva non è gratis: spread, overnight, finanziamento sul nominale
L’errore più comune di chi approccia i CFD è ragionare sui costi come se fossero commissioni su azioni: “lo spread è piccolo, costa poco”. La leva moltiplica anche i costi.
Con 1.000€ di margine e leva 20:1, il valore nominale dell’operazione è 20.000€. Uno spread dello 0,1% non vale 1€ (lo 0,1% di 1.000€ di margine) — vale 20€ (lo 0,1% di 20.000€ esposti). Se tieni la posizione aperta oltre la giornata, scatta il costo di finanziamento overnight, calcolato sempre sul nominale, non sul margine.
Sommando spread di apertura, spread di chiusura e eventuali costi overnight su più giorni, un ciclo operativo su CFD può costare tra lo 0,3% e lo 0,5% del nominale per operazione. Il punto di pareggio reale — la percentuale di operazioni in guadagno necessaria per non perdere denaro — non è al 50% ma si sposta verso il 55-60%. Pochi trader principianti lo calcolano prima di aprire il primo conto.
Il dato ESMA riguarda i derivati a leva — non chi compra ETF o azioni
Chi investe su un ETF MSCI World con un PAC mensile senza leva, o chi compra azioni di singole società detenendole per anni, non rientra nel perimetro della statistica ESMA sui CFD. Non perché sia privo di rischi — qualsiasi investimento comporta rischi — ma perché il meccanismo di rischio è strutturalmente diverso.
Nell’investimento azionario a lungo termine senza leva, le perdite sono limitate al capitale investito, i tempi di recupero sono calcolabili, e la diversificazione riduce il rischio specifico del singolo titolo. Nei CFD a leva, una variazione avversa del 5% sul sottostante può azzerare il margine prima che il trader abbia il tempo di reagire.
💡 Nota: Le informazioni presenti in questo articolo sono a scopo educativo e non costituiscono consulenza finanziaria. Ogni investimento comporta rischi, inclusa la perdita del capitale.
Tre meccanismi che trasformano una buona intuizione in una perdita
Avere ragione sulla direzione del mercato non basta. Tre meccanismi tecnici e comportamentali spiegano perché molte intuizioni corrette si trasformano in operazioni in perdita.
La leva moltiplica i movimenti in entrambe le direzioni
La leva amplifica i guadagni quando il mercato va nella direzione prevista. Amplifica in modo identico le perdite quando va nella direzione opposta. Questo è il dato che chi apre il primo conto CFD tende a sottovalutare.
Supponiamo un conto da 5.000€ con leva 20:1 su un indice: ogni operazione vale 100.000€ nominali. Un movimento del 2% a sfavore — del tutto normale in una singola seduta — equivale a una perdita di 2.000€, cioè il 40% del capitale. Non c’è una valutazione di merito sull’asset: solo la matematica della leva.
Cinque perdite consecutive del 5% riducono il capitale del 22,6% anche se ogni singola perdita sembra contenuta. L’effetto cumulativo su una serie negativa è uno dei fattori strutturali che spiega perché i dati ESMA mostrano quello che mostrano. Secondo i dati ESMA originali del 2018, le perdite medie per cliente CFD in Europa si collocavano tra €1.600 e €29.000 — una forbice ampia che riflette esattamente la variabilità della leva usata e della durata dell’esposizione.
I costi cambiano il punto di pareggio (e pochi lo calcolano)
Il trading non è solo previsione: è aritmetica del vantaggio. Con costi dello 0,2% per operazione — spread più eventuali commissioni — un trader che vince il 50% delle operazioni con guadagni e perdite medi uguali non è in pareggio: è in perdita strutturale. Per coprire i costi, le operazioni in guadagno devono essere almeno il 55-60% del totale, oppure il guadagno medio deve superare la perdita media di un margine sufficiente.
Quasi nessun trader principiante calcola il proprio punto di pareggio reale prima di iniziare. Agisce come se il mercato fosse il suo unico avversario, ignorando che i costi operativi si sommano indipendentemente dall’esito di ogni operazione.
Il comportamento sotto pressione è il fattore più sottovalutato
Un metodo può funzionare bene nelle condizioni normali e crollare nella prima serie di perdite consecutive. Non perché il metodo sia sbagliato, ma perché il trader cambia comportamento sotto pressione: allarga lo stop loss per “dare più spazio al trade”, chiude anticipatamente le posizioni in guadagno per “portare a casa qualcosa”, aumenta la dimensione delle posizioni per “recuperare velocemente”. Queste tre deviazioni dal piano sono la causa più frequente di conti azzerati — più della strategia sbagliata o della sfortuna.
Una strategia può avere momenti buoni; se però una serie negativa normale basta a distruggere il conto, il problema è strutturale. Non nella strategia — nel comportamento del trader quando la strategia non performa come atteso. È il fattore che chi vende corsi di trading menziona raramente: non è solo questione di metodo tecnico, ma di capacità di applicare il metodo anche quando perde temporaneamente. La psicologia del trading è la variabile che separa chi tiene il metodo da chi lo abbandona alla prima difficoltà.

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Chi fa parte dell’11-26% che non perde: cosa li distingue
La statistica ESMA dice implicitamente anche l’altra cosa: tra l’11% e il 26% dei conti retail non perde. Non si tratta di un campione casuale fortunato. Ci sono caratteristiche ricorrenti.
Hanno un metodo testato — non trading “a sensazione”
Un metodo di trading definisce le condizioni di ingresso in un’operazione, le condizioni di uscita in guadagno, le condizioni di uscita in perdita (stop loss) e la dimensione della posizione — tutto prima di aprire la posizione. Un metodo non solo riduce l’incertezza: fornisce criteri oggettivi per monitorare nel tempo se la strategia funziona o va corretta.
Chi opera “a sensazione” prende decisioni in tempo reale sulla base di informazioni incomplete, sotto pressione emotiva e senza un riferimento oggettivo. Chi ha un metodo testato ha entrambi i termini di paragone.
Il metodo non deve essere complesso. Può basarsi su due o tre indicatori tecnici, su un setup specifico di analisi grafica, su trigger fondamentali con regole precise. L’elemento critico è che esiste prima dell’operazione e viene rispettato dopo.
Gestiscono il rischio per posizione, non solo il profitto atteso
Il trader metodico non pensa “questa operazione può rendere 500€” prima di aprirla. Pensa “questa operazione rischia al massimo 150€ e può rendere 300€” — e valuta se quel rapporto rischio/rendimento (1:2 in questo caso) è coerente con il suo piano. Poi dimensiona la posizione in modo che la perdita massima accettabile sia una percentuale predefinita del capitale, solitamente tra l’1% e il 2% per operazione.
Questo approccio ha una conseguenza matematica precisa: anche con un tasso di successo del 45% delle operazioni, un rapporto rischio/rendimento di 1:2 genera rendimento positivo nel lungo periodo. Il money management è la leva che i trader profittevoli usano davvero — non quella offerta dal broker.
Se vuoi costruire questo tipo di operatività su basi solide, il Master Trader e Analista Multiday di Metaskill è strutturato esattamente attorno a questi tre pilastri: metodo, gestione del rischio, disciplina operativa.
Trattano ogni operazione come un dato, non come una scommessa
Nessun metodo elimina completamente le perdite: ogni operazione ha una probabilità di successo inferiore al 100%. Il trader metodico lo sa e registra ogni operazione — entrata, uscita, motivazione, esito — in un diario di trading. Non per autocommiserazione, ma per identificare pattern: il metodo funziona meglio su certi mercati? Su certi orari? Con certi setup specifici?
Il diario di trading trasforma la perdita da evento emotivo negativo a dato utile. Chi non lo tiene non ha informazioni per migliorare — ha solo la sensazione vaga che “le cose non stiano andando bene”. Chi lo tiene ha dati per capire dove il proprio approccio funziona e dove va corretto.
Il ruolo di CONSOB e ESMA: protezione o burocrazia?
L’obbligo di pubblicare la percentuale di conti in perdita nasce da una valutazione precisa: i CFD a leva erano distribuiti senza che i clienti retail avessero un’informazione chiara sul rischio reale. La regolamentazione del 2018 ha cambiato questo. Ma ha risolto il problema?
Le avvertenze obbligatorie dal 2018: cosa devono pubblicare i broker
Dal 1° agosto 2018, ogni broker che offre CFD a clienti retail nell’Unione Europea è obbligato a pubblicare sul proprio sito, in modo visibile, la percentuale di conti retail che perdono denaro operando su quei prodotti. L’avvertenza deve essere aggiornata almeno ogni tre mesi.
Il testo standard è del tipo: “Il x% dei conti degli investitori retail perde denaro quando negozia CFD con questo fornitore.” Questa formulazione è prescritta dalla normativa ESMA — non è una scelta stilistica del broker.
Un mese prima, il 1° luglio 2018, ESMA aveva già vietato completamente la commercializzazione, distribuzione e vendita di opzioni binarie ai clienti retail nell’UE — un prodotto che aveva tassi di perdita ancora più elevati dei CFD.
Cosa ha cambiato (e cosa no) la regolamentazione ESMA sui CFD retail
La regolamentazione ESMA del 2018 ha introdotto limiti di leva massima per categoria di prodotto: 30:1 per le valute principali (forex), 20:1 per gli indici principali e l’oro, 10:1 per le materie prime e gli indici minori, 5:1 per le azioni singole, 2:1 per le criptovalute. Prima di queste misure, alcuni broker offrivano leva fino a 500:1 sui forex retail.
Ha cambiato anche i meccanismi di protezione: stop loss automatico al 50% del margine, protezione dal saldo negativo obbligatoria, divieto di bonus legati all’apertura di conti.
Quello che non ha cambiato è la possibilità per i broker di eludere questi limiti operando con server extra-UE o richiedendo ai clienti la classificazione come “professionali”, che elimina tutte le protezioni ESMA. Un broker con sede fuori dall’UE può offrire leva 500:1 a clienti europei senza violare formalmente le norme ESMA — il cliente deve però rinunciare esplicitamente alle tutele retail. Questo punto spiega perché le avvertenze ESMA rimangono uno strumento utile ma non sufficiente.
Come leggere le percentuali nel sito di un broker prima di aprire un conto
La percentuale pubblicata da un broker è uno strumento di selezione prima ancora che di protezione. Tre criteri pratici per interpretarla.
Primo: una percentuale sopra l’85% non è necessariamente un segnale che il broker sia “peggiore” degli altri — può riflettere una clientela prevalentemente alle prime armi. Ma è un indicatore che quel broker non filtra i clienti per esperienza pregressa, il che influisce anche sulla qualità dell’assistenza e delle risorse formative offerte.
Secondo: una percentuale sotto il 65% merita attenzione sul metodo di calcolo. Verificare se include conti azionari non-CFD nel denominatore — in quel caso la percentuale potrebbe essere una sottostima del rischio reale sui CFD.
Terzo: se la percentuale non è visibile sul sito o non è aggiornata da più di un trimestre, il broker potrebbe non essere regolarmente autorizzato ESMA. La verifica va fatta sul registro pubblico CONSOB o sul database ESMA direttamente.
Domande frequenti
La percentuale di perdita vale anche per il forex e le opzioni?
Il dato ESMA 74-89% riguarda specificamente i CFD retail. Il forex operato tramite CFD o conti a leva ha statistiche simili, perché il meccanismo di rischio è lo stesso. Le opzioni binarie sono vietate nell’UE dal 1° luglio 2018 proprio per i tassi di perdita elevatissimi. In tutti i casi a leva, la variabile principale rimane la stessa: più la leva è alta, più la statistica di perdita tende a salire, indipendentemente dal prodotto specifico.
Se perdo il primo anno significa che non sono portato per il trading?
No. La maggior parte dei trader che oggi opera in modo profittevole ha perso nel primo anno. La differenza sta in cosa succede dopo: chi abbandona e chi usa le perdite come dati per capire dove il proprio approccio non funzionava. Il primo anno è un periodo di apprendimento costoso se non strutturato — non una sentenza definitiva sull’attitudine. Quello che conta è se stai costruendo un metodo o semplicemente ripetendo gli stessi errori con varianti.
Esiste un livello di leva “sicuro” nei CFD?
Non esiste una leva intrinsecamente sicura: il rischio dipende dalla volatilità del sottostante, dal capitale disponibile, dalla strategia e soprattutto dalla qualità del money management applicato. La leva massima consentita da ESMA per i clienti retail è 30:1 sulle valute principali e 20:1 sugli indici principali. Abbassare la leva riduce l’esposizione nominale, ma non elimina il rischio se non c’è una gestione del rischio per posizione — uno stop loss definito prima di aprire ogni operazione.
Come faccio a sapere se il mio broker pubblica dati aggiornati?
Ogni broker autorizzato nell’UE è obbligato a pubblicare la percentuale aggiornata di conti retail in perdita, visibile di solito accanto al pulsante “apri conto” o nella sezione informativa sui CFD. Se la percentuale non è visibile, non è aggiornata da più di un trimestre, o non è presente affatto, il broker potrebbe non avere autorizzazione ESMA in regola. La verifica va fatta sul registro pubblico CONSOB (disponibile su consob.it) o sul database ESMA.
Qual è la differenza tra “conto retail” e “conto professionale” nei CFD?
I clienti classificati come “professionali” dai broker CFD perdono le protezioni ESMA: niente stop loss automatico al 50% del margine, niente protezione dal saldo negativo, leva potenzialmente superiore ai limiti retail. Alcuni broker incentivano la riclassificazione perché permette loro di operare con vincoli minori. La classificazione professionale richiede criteri specifici (portafoglio superiore a 500.000€, o esperienza documentata, o ruolo lavorativo nel settore): se un broker ti propone di diventare “professionale” senza verificare questi requisiti, è un segnale da valutare con attenzione.
Perché alcuni guru del trading dicono che “il 95% perde”?
La cifra del “90-95%” circola nei forum e nei materiali di marketing di corsi online da anni, spesso senza fonte citata. Il dato verificabile è il range 74-89% di ESMA sui conti retail CFD. Il gap tra le due cifre riflette in parte esagerazione e in parte confusione tra diverse popolazioni (trader professionisti, speculatori occasionali, conti demo). Il dato ESMA è l’unico metodologicamente trasparente: sappiamo come viene calcolato, su quale perimetro, e da chi viene obbligatoriamente pubblicato.





